La persona
Non è un gioco e nemmeno una forma d’arte, è un metodo collaudato di pensare alla propria azienda rispetto ai bisogni reali in sintonia con il nostro diverso approccio al lavoro.
In sintesi: lo spazio usato come nuova leva di business per produrre di più e meglio.
Buongiorno e grazie di essere arrivati fin qua.
Vi racconto qualcosa di me prima di quello che faccio perché penso che la tecnologia sia ottima per trasferire le competenze, ma sono dell’idea che i rapporti di lavoro debbano essere supportati anche da un coinvolgimento personale che permetta alle persone di sintonizzarsi su livelli più profondi e consentire quindi uno scambio di esperienze oltre che di competenze.
Ho 46 anni, sono nata in una famiglia numerosa con altri due fratelli e una sorella. Complica la cosa che sono la seconda… né la prima né l’ultima, la seconda, non grande e non piccola…
In quegli anni tutto era una conquista e una “prenotazione” da compiersi appena si aprivano gli occhi al mattino: dalla lettura del giornalino Topolino al quale eravamo abbonati, al giaccone del papà per andare a scuola che ci sembrava molto “figo” e che andava bene a tutti nonostante avessimo taglie molto differenti, all’unica poltrona per guardare la televisione alla sera (l’altra era della mamma e nessuno si azzardava a fare i conti su quella).
Nel mezzo ci stava tutto il resto.
Una cosa, secondo me, ho imparato, che ora è fuori moda: tutto andava diviso per quattro. Ad esempio, se c’era un pezzo di torta e i fratelli erano assenti, si mangiava solo il nostro quarto e basta... magari si rifilava molto bene con la forchetta la parte che rimaneva, ma si pensava a tutti.
Ora pensare agli altri, soprattutto se non presenti a reclamare la loro parte, non si usa più.
Non so se tutte le famiglie numerose sono così, la mia sì, e con il tempo questi valori sono cresciuti con noi e credo che tutti possiamo dire ancora oggi, che non siamo soli, siamo in quattro!
Cosa c’entra tutto questo penserete voi? non lo so, ma credo che sia una parte importante di me, che mi ha allenata a non accettare mai le cose per come si presentano, ma a cercare uno spazio in cui poter dimostrare il mio punto di vista, ne ho bisogno, non ci si può sentire brava per un quarto, si può condividere tutto nella vita, non la visione che si ha di sé.
Dicevamo, ho 46 anni e da 22 mi occupo di progettare spazi di lavoro. Caspita, ora che ho scritto questi due numeri mi rendo conto che per quasi metà della mia vita sono stata coinvolta a vari livelli in questo settore.
Credo di poter dire che ho realizzato dei progetti molto belli e di avere acquisito un’esperienza importante rispetto ai temi di cui mi occupo.
Mi sorprendo anch’io, a volte, di me stessa, di come riesco a vedere dietro ad un progetto un modo originale, unico e creativo di interpretarlo.
Mi fa piacere osservare i miei clienti, durante le presentazioni, quando intravedo un misto tra il divertito e il sorpreso. Uso la parola divertimento non a caso, perché quando espongo i miei progetti, la maggior parte delle volte sono delle piccole “sfide”, dove l’imprenditore si ritrova in una posizione spesso inconsueta, in cui per raggiungere i sui obiettivi di business, anziché applicare le regole della finanza o qualche diagramma di flusso, viene messo in relazione con uno spazio fisico destrutturato da inventare e costruire come si faceva con i Lego da bambini.
Al posto dei mattoncini abbiamo pareti, scrivanie, contenitori, ma nello stesso tempo la negazione di tutti questi oggetti stereotipati che spesso non servono assolutamente per costruire un ambiente di lavoro. Proprio come con i Lego, si fa con ciò che si ha a disposizione in termine di pezzi e proprio la mancanza di qualcuno mette in moto nuove energie, nuove idee per creare uno spazio intorno al quale si svilupperanno trattative, incontri, opportunità e relazioni.
È proprio qui il bello del gioco, trattare lo spazio di lavoro come un’opera d’arte dove non ci sono regole, dove i materiali che usiamo non sono necessariamente quelli che tutti si aspettano, così come un quadro può essere tale, anche se al posto dei colori abbiamo usato tessuti, vetro, metallo così per gli spazi del lavoro non sono obbligatorie le scrivanie, le cassettiere e gli armadi per definirlo tale.
Non è un gioco e nemmeno una forma d’arte, è un metodo collaudato di pensare alla propria azienda rispetto ai bisogni reali in sintonia con il nostro diverso approccio al lavoro. In sintesi: lo spazio usato come nuova leva di business per produrre di più e meglio.
Se avrete la pazienza di seguirmi quando vi capita sul mio blog, o leggere qualcosa nei post, cercherò di affrontare uno ad uno i vari temi che possono raccontare meglio il frutto delle mie esperienze.
Grazie
maria rosa ambroso
